“Non è tutto rose e fiori”, si dice. La vita è fatta anche di momenti di arido deserto, di inaspettato, inimmaginato, incomprensibile, insostenibile.
Momenti di grande tristezza e dolore.
Qualcosa da lasciar andare o.. qualcuno.
La tristezza ci mette a confronto con l’essenziale, con ciò che siamo noi, ne più ne meno. Ed è quell’ essenziale che nessuno può portare via, nessuna situazione, nessuna perdita, nessuna deviazione della vita.
Quell’ aria che inizia a mancare ci prosciuga dentro, ci ripiega al centro per trovare lì un bambino/una bambina spaventato/a che vorrebbe piangere, se avesse ancora le lacrime.
Se potesse parlare la tristezza chiederebbe di risparmiare le risorse ed evitare gli sforzi inutili se non quelli necessari per nutrirci, proteggerci, accudirci.
La tristezza vive nei ricordi di ciò che pensavamo di avere o di essere.
La tristezza di cui mi parla la persona si vede nel piede con un velo di secchezza che confonde altri segni come farebbe il vento sulla sabbia. Da bussola ci fanno delle domande:
Cosa mi sembra di non avere? Cosa sto perdendo? Che cosa devo lasciare? Che cosa non fa più parte di me?
E partendo da quel caos di vita, di ricordi belli e brutti, un misto di esperienze fatte e persone incontrate, con semplici gesti quotidiani mi nutro di passioni e bellezze ritornando alla vita e a me.
Il fiore più bello è quello che sboccia nelle avversità, perché la sua bellezza e la sua forza grida alla vita, nonostante tutto.